Pzifer rinuncia all’Alzheimer

Start-up e nuovi progetti di ricerca rilanciano la ricerca di base

È di pochi giorni fa la notizia che il colosso farmaceutico Pfizer ha deciso di rinunciare alla ricerca sul Morbo di Alzheimer, considerati gli scarsi risultati ottenuti sino ad ora.Anche altre aziende in passato come Merck ed Eli Lilly avevano abbandonato le sperimentazioni con le molecole pur continuando la ricerca seguendo altre modalità.

Questa decisione ha destato grande preoccupazione nel mondo della ricerca e sta diffondendo un messaggio negativo nei cittadini e in particolar modo in chi è coinvolto con persone affette dalla malattia.

Sono 24 i milioni le persone affette dal morbo di Alzheimer a livello globale, di cui 600 mila in Italia, e 1000 miliardi di dollari la spesa nel 2018 per la cura delle demenze.

A fronte di questi dati che tendono a crescere (ogni 3,2 secondi c’è un nuovo caso di demenza del mondo, 9,9 milioni all’anno destinati a raddoppiare ogni 20 anni) risuona strano che un’azienda farmaceutica decida così drasticamente di interrompere la ricerca. Alcuni addetti ai lavori addebitano tale scelta alla carenza di liquidità e ad una ricerca troppo lunga che non dà certezze, per spostare le proprie risorse verso filoni più redditizi come l’oncologia.

I farmaci che oggi troviamo sul mercato sono frutto di studi e sperimentazioni fatti tra gli anni ’80 e ’90 e sono basati sulla dominante «ipotesi dell’amiloide», secondo la quale il principale colpevole della patologia sarebbe costituito dall’aggregazione anomala di un peptide (piccola proteina) che viene tagliato da una normale proteina neuronale.

Ora, sebbene queste ipotesi abbiano avuto delle importanti basi scientifiche, tale approccio è stato fallimentare, tanto da portare le industrie farmaceutiche a disinvestire nell’Alzheimer.

Assodato il fatto che ad oggi non esiste un farmaco in grado di arrestare o modificare il decorso di una malattia così complessa, sono ancora tante le industrie farmaceutiche che lavorano a progetti di ricerca come quello di Silvia Pelucchi (ricercatrice della rete di Airalzh Onlus presso l’Università degli Studi di Milano), uno sei 25 progetti finanziati da Airalzh, Associazione Italiana Ricerca Alzheimer, nata nel 2014 con lo scopo di promuovere e sostenere la ricerca medico scientifica su tutto il territorio italiano, o ancora il progetto di ricerca di Francesca Ferrari Pellegrini, ricercatrice presso il dipartimento di Neurologia dell’Università di Parma.

Il fatto che alcune case farmaceutiche abbiano deciso di non finanziare più lo studio e la sperimentazione farmacologica deve rappresentare un messaggio positivo per rimettere al centro la ricerca di base al fine di comprendere i meccanismi molecolari della patologia, studio che non spetta di certo alle case farmaceutiche.

  • Leggi cosa ha detto a riguardo il professor Marco Trabucchi dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria nel suo intervento su Corriere.it

  • Leggi quali sono i nuovi progetti innovativi sull’Alzheimer nell’intervento di Sandro Sorbi, Presidente Airalzh Onlus, responsabile della Clinica Neurologica Ospedaliera Careggi di Firenze, professore di Neurologia dell’Università di Firenze su Sanita24.ilsole24ore.com

  • Leggi cosa ha dichiarato il professor Massimo D’Amelio del gruppo di ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della Fondazione Irccs Santa Lucia su Ilfattoquotidiano.it a proposito della ricerca di base.

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